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Partite Iva, regime dei minimi e forfetario: quale scegliere

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Nuovo – vecchio regime dei minimi

L’iniziativa aziendale per gli aspiranti imprenditori di ultima generazione -volendoci con ciò riferire precipuamente a tutti coloro che, coscienti di voler intraprendere un’attività il cui potenziale in termini di fatturato non superi “ad occhio” determinate cifre- è oggi incentivata dalla normativa interna sotto più profili: oggi esamineremo quello contabile, focalizzando sinteticamente l’attenzione sulle peculiarità del c.d. Regime dei minimi, tornato in vigore in applicazione ad un provvedimento frutto di emendamento nel progetto di legge del decreto Milleproroghe, con il quale il governo ha ben pensato di effettuare tale “riesumazione” al preciso scopo di non scoraggiare l’iniziativa imprenditoriale.

Si noti innanzitutto che il suddetto regime di operatività contabile potrebbe non sempre palesarsi aderente alle fisionomiche esigenze insite nell’esercizio di qualsiasi tipologia di attività imprenditoriale, volendo con ciò asserire come ci si possa tendenzialmente porre o meno la questione su una eventuale scelta tra regime dei minimi e nuovo forfettario (in vigore per tutti), dovendo tenere in considerazione variabili diverse come il regime fiscale d’appartenenza piuttosto che il settore merceologico; sicché sarà proprio in virtù di tale scelta (da operare saggiamente) che l’impresa interessata potrà godere o meno di condizioni vantaggiose da attribuirsi all’uno o all’altro regime.

Tale scelta, stando all’attuale quadro normativo in vigore, sarà possibile sino al prossimo 31 Dicembre.

Cerchiamo ora di chiarirci le idee e capire:

Come scegliere il proprio regime

Cominciamo dall’esporre in estrema sintesi i vantaggi fiscali dei due regimi.

Regime dei minimi: imposta sostitutiva al 5% e soglia di ricavi a 30mila euro.

Regime forfettario: imposta al 15% e con soglie di ricavi/compensi da 15mila a 40mila euro.

Nel considerare la differenza nominale d’imposta sostitutiva prevista nei suddetti regimi, sebbene possa a prima vista sembrare più conveniente il 5% dei minimi rispetto al 15% del forfettario, si ricordi che mentre nel primo sarà strettamente necessaria la puntuale documentazione di tutti i costi effettivamente sostenuti, nel secondo il legislatore concede a favore dell’imprenditore la possibilità di contabilizzare costi forfettari nonchè -per le nuove attività- il diritto di abbattere un terzo del reddito per i primi tre esercizi. I commercianti e gli artigiani eventualmente operanti sotto regime forfettario potranno persino fruire del regime contributivo agevolato, con l’ulteriore vantaggio di poter pagare i contributi senza prendere in considerazione il minimale fisso.

Segue il confronto dei due regimi in termini di requisiti d’accesso e di mantenimento dei vantaggi fiscali.

Premesso che se i seguenti requisiti non saranno confermati a fine 2015, il regime agevolato perderà i suoi effetti giuridici a partire dal periodo d’imposta 2016:

Nel regime forfettario è necessario che il reddito da lavoro autonomo (o il risultato economico d’impresa) superi quello da lavoro dipendente, requisito questo che non riscontriamo nel regime dei minimi con la conseguenza per chi intraprende l’iniziativa economica di dover già approntare una valutazione soggettiva (se già lavoratore dipendente o pensionato) e oggettiva (in termini per l’appunto reddituali).

Ancora, le condizioni di decadenza dal diritto di assegnazione dei vantaggi fiscali dei rispettivi regimi sono espresse dal legislatore in termini di superamento del fatturato massimo consentito per esercizio contabile; laddove nel regime forfettario il superamento del limite di 45mila euro comporterà tutt’al più la perdita dei vantaggi fiscali ad esso connessi solo a partire dall’esercizio 2016, mentre in quello dei minimi -e a condizione ulteriore che tale superamento sia di grave portata, ovverosia maggiore del 50% sui 30mila euro di fatturato massimo previsto- la perdita del regime agevolato sarà immediata e seguita da un ricalcolo fiscale retroattivo per l’esercizio in corso (e aggiungeremmo notevolmente svantaggioso) sul versante IVA. In ogni caso il superamento dei limiti di fatturato previsto dalla normativa comporterà (indipendentemente dalla tempistica) un ritorno al regime ordinario.

Si riscontra un punto di tangenza tra i due regimi per le operazioni interne soggette a reverse charge, dovendosi ritenere in tali fattispecie operante l’esclusione dall’addebito d’imposta (con divieto di detrazione) ed il versamento dell’Iva acquisti.

Per le operazioni con soggetti esteri (ad esempio per gli acquisti di beni intracomunitari) si rilevano infine le seguenti differenze: nei minimi tali operazioni sono da considerarsi “intra” e necessitano pertanto il versamento dell’imposta sul valore aggiunto, nel forfettario invece (considerando l’esempio sopra citato) gli acquisti effettuati entro la soglia legale dei 10mila euro annui non saranno considerati come operazioni intracomunitarie.

Riassumendo: la scelta da effettuare non è soggetta ad una valutazione oggettiva ed universale, ma abbraccia diversi ambiti -fiscale, commerciale, di settore, di fatturato, territoriale nel circuito di approvvigionamento- e richiede pertanto una serie di analisi “costo-beneficio” legate alla precisa fisionomia aziendale che la influenzano.

Alla luce di tutte le peculiarità testé esposte, per intenderci, i soggetti che intendono operare all’interno del territorio nazionale, i cui volumi previsti non superino di per certo le soglie di fatturato previste e che in virtù della personale categoria lavorativa (o meno) di appartenenza ritengono di non potere o volere accedere al forfettario -i cui requisiti di ammissione in tal senso sono puntualmente sanciti dalla relativa disciplina-, oltre che prevedere la futura registrazione di un set di voci di costo tale da non percepire alcuno svantaggio fiscale nell’ipotesi di dover accuratamente registrare ognuna di queste, avranno senz’altro maggiore interesse a scegliere il regime dei minimi, godendo in virtù di tutte le circostanze di cui sopra anche della più consistente agevolazione in termini di imposta sostitutiva (5%). Viceversa gli aspiranti imprenditori che vogliono avvalersi del regime agevolato e che formulano aspettative sul fatturato più elastiche o rosee, come pure tutti i soggetti che rispondono ai requisiti di ammissione al forfettario in termini di lavoro ed imputazione del reddito, o che semplicemente prevedono di sostenere una mole di costi tale da ritenere economicamente vantaggiosa la possibilità di rendere forfettari taluni di questi, o che -ancora- intendono allacciare reti di fornitura intracomunitarie, potrebbero decidere di sopportare l’applicazione di un’aliquota d’imposta sostitutiva maggiore (15%) e aderire al regime forfettario.

Considerare tutti questi aspetti può non sempre essere semplice, in tal senso è fondamentale la consultazione con il commercialista, professionista preposto ad orientare l’aspirante imprenditore in modo corretto rendendolo edotto di ogni sfaccettatura o possibile previsione.

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