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L’Europa si prepara al Mercato Digitale Comune

European Commission

La commissione europea si prepara a dare una grossa mano alle startup del continente, colmando il ritardo sulla creazione di un mercato comune anche per le tecnologie e i servizi digitali.
Digital Single Market

25 marzo 1957: i trattati di Roma sanciscono la nascita del Mercato Comune Europeo. È l’inizio del grande cammino, non ancora concluso, verso l’Unione Europea. 

Vengono abolite le barriere doganali e, se non ancora un paese solo, all’interno di questo spazio le persone, le merci, i capitali e i servizi potevano circolare come se lo fosse.

Quasi sessant’anni dopo il discorso europeo è andato avanti, ma il mercato – come sempre – si è mosso più veloce. Le “merci” sono sempre più spesso intangibili e non viaggiano più su gomma, su nave, negli aerei cargo. I contenuti si spostano su fili e spesso non hanno bisogno nemmeno di quelli. In pochi istanti possono essere scaricati da un server su un dispositivo a migliaia di chilometri di distanza, ma questi restano comunque soggetti ai vari regolamenti locali.

Per questo motivo si sta procedendo a grandi passi (una volta tanto) verso la creazione di un mercato digitale comune.

Oggi ci troviamo quindi in una situazione paradossale. Come lo stesso Jean-Claude Juncker, neopresidente della commissione Europea e convinto fautore del progetto osserva, oggi possiamo viaggiare da Tallin a Torino senza mai dover mostrare il passaporto, ma non possiamo guardare i nostri programmi TV preferiti in streaming non appena varchiamo i confini nazionali. E non a causa dei limiti delle infrastrutture, ma semplicemente di diritti di trasmissione che variano da Paese a Paese. Dato ancora più significativo, solo il 7% di piccole e medie imprese europee vendono i loro prodotti e servizi oltre confine. 

L’unione dei 28 mercati digitali in uno solo, a detta dei promotori, potrà generare all’interno dell’economia europea 415 miliardi di euro l’anno e 3,8 milioni di posti di lavoro.

Inutile dire che la maggior parte di questi benefici verrà tratta dalle startup, che nel mercato digitale ci nascono e trovano il loro ambiente naturale, a cui i confini nazionali stanno stretti.

Saranno loro che potranno avvantaggiarsi sia delle agevolazioni del mercato, sia delle direttive che il progetto genererà in tema di digitalizzazione delle imprese “classiche”. Ma andiamo con ordine.

Analogamente ai trattati di Roma, anche il progetto della commissione Juncker si poggia su dei “pilastri”, o “aree di intervento”, contenenti in tutto sedici punti programmatici:

Migliorare l’accesso on line a beni e servizi digitali semplificando il commercio elettronico unificando aspetti fiscali e legislativi; rendendo più semplici ed economiche le spedizioni internazionali, abolendo le limitazioni di fruizione dei contenuti digitali da un paese all’altro, unificando e semplificando le regole in termini di copyright e IVA.

Creare un ecosistema dove i network e i servizi digitali possano svilupparsi promuovendo lo sviluppo uniforme delle infrastrutture di telecomunicazione; creando un quadro comune di riferimento per la fruizione dei contenuti digitali nei media; ripensando il ruolo delle grandi piattaforme online come gli app stores, i social media e i motori di ricerca nel senso di una maggiore trasparenza e interscambio delle informazioni; rafforzando la legislazione in materia di protezione dei dati personali.

Utilizzare le tecnologie digitali come volano per la crescita; digitalizzando le industrie, rendendole “smart”; sviluppando standard e promuovendo l’interoperabilità a livello europeo, sfruttando le possibilità offerte dai “big data” e dalle tecnologie cloud con iniziative che favoriscano il libero flusso dei dati; promuovere l’apprendimento di competenze avanzate per formare lavoratori europei in grado di affrontare le complessità dell’era digitale.

QUI la pagina del progetto, per saperne di più.

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