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Intervista al COO di Seejay Fabrizio Ferreri

seejay

Vi è venuta una bella idea, e vi siete ricordati di vostro zio che a Natale vi ha detto «sei giovane e tanto bravo, perché non fai una startup? Ho visto in TV che…(segue resoconto di servizi dai toni iperbolici)».

Ci state pensando, quasi quasi…

E la prima cosa che fare è ovviamente andare su Google e cercare «come si fa una startup».

Seguono altri racconti fantasmagorici la cui fabula è più o meno questa: qualcuno ha avuto un’idea geniale, ha formato un team, magari ha fallito un paio di volte – «il fallimento è fondamentale!», vi ripeteranno – però poi ha incontrato l’investitore giusto e adesso fattura milioni.

Ovviamente, nella realtà non tutte le storie di chi fa startup seguono questo percorso. Ma tutte hanno in comune qualcosa, qualcosa che non vi raccontano perché è più difficile da infiocchettare e che rappresenta un vero e proprio cruccio per tutti.

Stiamo parlando di quando l’idea deve diventare “grande” e trasformarsi in una realtà economica vera e propria, con annesse tutte le difficoltà che leggi e burocrazia mettono davanti agli imprenditori, grandi e piccoli.

Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare alcuni startupper di successo su tutto ciò che avreste voluto sapere e che non avete mai osato chiedere sul rapporto tra tasse, burocrazia e startup.

Oggi è il turno di Seejay, una piattaforma che consente di raccogliere, organizzare e pubblicare contenuti prodotti dagli utenti sui social network come video, immagini e testi, permettendo di costruire in tempo reale la narrazione di un determinato accadimento, evento o prodotto. 

Abbiamo chiesto al COO Fabrizio Ferreri di raccontarci la sua esperienza.

fabrizio ferreri

«Fare impresa in Italia è oneroso a prescindere dalla configurazione scelta e paghiamo la posizione periferica del nostro ecosistema.»

Ciao Fabrizio, raccontaci cos’è Seejay e come è nata l’idea.

Seejay è un tool di social media marketing che utilizza lo storytelling per generare nuovi clienti e allargare l’audience di brand e publisher.

L’idea nacque nel 2012 con l’intenzione di creare un servizio per abilitare esperienze di citizen journalism, cioè una forma di giornalismo in cui anche gli utente partecipano alla costruzione della notizia.

Il nome deriva da “deejay”: ci piaceva che nel nome della startup risuonasse la caratteristica del servizio di mettere insieme più contenuti di diversa tipologia e da diverse fonti, un po’ come fa il deejay quando mixa più tracce musicali.

Avete già trovato partner finanziari? Come avete gestito il loro ingresso?

Sì, abbiamo già trovato partner finanziari. In una prima fase, abbiamo ricevuto un grant a fondo perduta dalla Regione Lazio. Successivamente, sono entrati in società due business angel e un fondo di investimento. Abbiamo gestito il loro ingresso in società con l’aiuto dell’incubatore Nana Bianca che faceva già parte della compagine sociale.

Che struttura imprenditoriale avete scelto per avviare la startup? Avete scelto di rimanere in Italia o andare all’estero per costituire la vostra società?

Siamo partiti con la Srls per poi passare alla Srl all’arrivo dei primi investimenti. Siamo rimasti in Italia. Ritengo sia del tutto irrilevante porsi il problema della configurazione giuridica: fare impresa in Italia è oneroso a prescindere dalla configurazione scelta e, dal punto di vista dell’accesso al mercato, paghi la posizione periferica occupata dal nostro ecosistema nelle dinamiche globali.

Costituire la società all’estero è una scelta difficile, anche sotto il profilo etico. Non è un’alternativa reale oggi per chi fa startup in Italia.

Il più delle volte, quando si costituiscono startup all’estero, è perché qualcuno dei founder di fatto risiede in quel paese.

Come si passa da essere semplici founder di una startup ad esserne il COO? Ovvero, quali sono le cose da imparare per dover gestire gli aspetti amministrativi di una startup?

Gli aspetti amministrativi di una startup contano poco. Tutto il lato burocratico in generale ha un impatto reale sul business molto basso. Mi spiego: fiscalità e finanza sono temi cruciali per chi fa impresa, e pesano moltissimo sia a livello di singola impresa che a livello di sistema.

Qui però sono decisore politico e leve macroeconomiche a spostare l’ago della bilancia.

La startup può benissimo delegare tutto l’aspetto amministrativo ad una risorsa esterna – un commercialista ad esempio – senza che ciò nuoccia alla sua crescita, potendo anzi impiegare le proprie risorse lavoro direttamente sulle questioni che riguardano più da vicino il business.

Quali sono, secondo te, i passi che una startup deve compiere da un punto di vista amministrativo? E quando vanno compiuti?

1) Costituirsi, in una forma che consenta di raccogliere capitali;

2) Affidarsi ad un buon commercialista con cui mantenersi costantemente in dialogo.

Questi passi vanno compiuti sin dall’inizio.

Quali spunti proporre per migliorare e snellire la struttura amministrativa per le aziende italiane?

Informatizzare il più possibile e semplificare prendendo spunto da paesi in cui è meno oneroso fare impresa come Inghilterra, Irlanda, Svizzera.

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